Per scrivere questo articolo mi sono dovuto documentare. Ho cominciato facendo una ricerca online. La seconda voce che mi compare da Google è un documentato resoconto del “Rapporto dell’Osservatorio della salute della donna”, lo trovo su una rivista medica molto autorevole. È del 10 dicembre 2013, ma contiene riflessioni interessanti, a cominciare dal titolo: Salute delle donne. Cresce l’aspettativa di vita femminile, ma gli uomini riducono il gap.

Ma all’improvviso:

“sono in aumento le condizioni di sovrappeso e obesità anche perché in generale le donne sono più pigre degli uomini.”

“Pigre”? “In generale”?

Ora, poniamo che il redattore (mi auguro non fosse una redattrice) fosse distratto. Non c’era probabilmente voglia di ferire o di offendere. La cosa interessante (e preoccupante) è che il giornalista si è accomodato su uno stereotipo, o comunque, ha contributo ad alimentarlo. Come minimo ha scelto una spiegazione stupida e riduttiva.

Stereotipi e stigma sociale

Questo, quando si parla di donne, accade spesso. In sociologia ci sono due concetti molto simili. Il Teorema di Thomas che recita: “Se pensiamo che una cosa sia vera, essa sarà vera nelle sue conseguenze”, e la Profezia che si auto-avvera, popolarizzata da Robert K. Merton. Etichettare le donne come pigre, implica credere davvero che esse lo siano e poi trattarle di conseguenza.

Di più, essendo un sociologo, detesto le spiegazioni di taglio psicologistico. In sociologia avremmo detto qualcosa del tipo: “Le donne ingrassano perché sono esposte a situazioni sociali che limitano le loro possibilità di praticare sport”. Ad esempio, si potrebbe sostenere che oltre al lavoro, dovendo coprire molti ruoli domestici tradizionalmente a loro affidati (o affibbiati?) abbiano meno tempo degli uomini di andare in palestra. In merito, si parla oggi di donne-sandwich, donne strette tra la cura dei figli e l’assistenza ai genitori anziani (spesso assistono anche i genitori del marito: tutte le fortune…).

Può anche andare peggio. Una densa ricerca comparsa su Sociology of health and illness di qualche anno spiegava come l’elevata percentuale di donne obese in Marocco fosse dovuta a una doppia discriminazione: lo stigma sociale a cui andavano incontro se facevano jogging in strada e la norma non scritta che costringe la donna marocchina a casa, a passare molto tempo a cucinare e quindi esposta al cibo quasi in continuazione (che poi gli chef migliori sono uomini, no?).

Un apparente paradosso

Ma torniamo al focus di questo numero: donne e salute. Si è scritto tanto del ruolo del genere nella salute. Le donne rappresentano un apparente paradosso. Sono più longeve degli uomini, ma allo stesso tempo prendono più farmaci, sono più malate, vivono ruoli sociali spesso più complicati. Ribaltando la prospettiva, si può sottolineare come le donne siano più monitorate, rispetto agli uomini perché la salute femminile è tradizionalmente più medicalizzata. E una maggiore sorveglianza clinica coincide con un’elevata prevenzione e agevola l’aderenza alle cure. Ci sono poi le spiegazioni specifiche e qui ogni disciplina enfatizza il proprio punto di vista: i biologi, gli ormoni; gli epidemiologi, i fattori di rischio; i sociologi, i comportamenti sociali.

Fattori di rischio e comportamenti sociali sono intrecciati. Gli uomini, per motivi culturali, fumano e bevono di più, vanno più veloci in macchina, si espongono e sono esposti maggiormente a situazioni di violenza. Uno dei pochi effetti negativi, forse l’unico, dell’emancipazione femminile è l’elevato numero di donne fumatrici; tuttavia “vincono” ancora gli uomini: fuma il 27% degli uomini contro il 17% delle donne.

Le donne nella sanità

Oltre alla salute delle donne ci sono le donne nella salute, o meglio nella sanità. E il futuro della medicina sarà sempre più al femminile. Secondo i dati della FNOMCEO – riprendo un articolo pubblicato su Esanum il 20 novembre 2020 – nel totale, comprendendo cioè anche i medici over 65, gli uomini sono sempre la maggioranza, cioè 212.941 (il 66%) contro 168.241 colleghe. Sotto i 65 anni le donne sono 139.939, cioè il 52,72%, e gli uomini 125.476. Sotto i 40 anni sono le donne a costituire quasi il 60% dei medici iscritti agli albi, e, nelle fasce tra i 30 e i 34 e tra i 35 e 39 anni, arrivano quasi a doppiare, per numero, i colleghi uomini. Nonostante questo le donne primario sono comunque meno del 20% sul totale.

Riprendo dallo stesso articolo un dialogo realmente accaduto in corsia.

Paziente: “Signora o signorina?”
Medico: “Dottoressa, per favore”
Paziente: “Ti vorrei chiedere quali farmaci…”
Medico: “Mi dia del Lei, per favore”

Ecco, potremmo concludere che le quote rosa non siano servite un granché. A proposito, perché “rosa”? Sara un uomo o una donna ad avere coniato il termine?

Docente di Sociologia della salute presso l’Università di Bologna e la Brown University e direttore del Centro di studi avanzati su umanizzazione delle cure e salute sociale (Università di Bologna)