Il tema della sostenibilità si sta facendo strada sgomitando in tutti i settori. Coniugare questa esigenza pressante con le richieste dell’agricoltura può sembrare un miraggio, eppure è la direzione verso cui stanno cercando di convergere gli sforzi delle istituzioni e dei privati. Nell’ambito del Green Deal, l’Unione Europea ha infatti stanziato 5,7 miliardi di euro per incentivare il passaggio a un’agricoltura 4.0, più rispettosa dell’ambiente.

Per gettare uno sguardo al cambiamento in atto nel nostro Paese, Assobiotec e Corriere Innovazione hanno promosso l’evento digitale “Bioeconomia: sostenibilità e agricoltura 4.0”, nell’ambito della giornata di tavole rotonde “Biotecnologie: un’occasione per l’Italia”.

Biotecnologie al servizio dell’agricoltura 4.0

L’Italia ha un ruolo centrale nell’agricoltura europea. Tuttavia le sfide lanciate dal Green Deal, come il passaggio a un’agricoltura sostenibile e la riduzione dell’utilizzo di prodotti chimici, sono alla nostra portata solo se accettiamo l’innovazione. Questa è l’idea di Paolo De Castro, europarlamentare ed ex ministro dell’agricoltura.

In particolare, De Castro punta l’attenzione sulle tecniche biotecnologiche di evoluzione assistita (TEA). Si tratta di tecniche di miglioramento genetico ben lontane dagli OGM, visto che non viene utilizzato DNA di specie diverse da quella oggetto di modifica.

Come sottolinea Stefano Vaccari, direttore generale del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), la produzione di nuove varietà vegetali con queste tecniche non appiattisce la biodiversità, ma può addirittura aumentare quella intraspecifica. Se pensiamo alla produzione vinicola, una delle eccellenze italiane, ottenere cloni di vite più resistenti significa ridurre i trattamenti con prodotti chimici, a volte anche del 90%, ed aumentare l’estensione delle colture biologiche. Ottimi risultati possono essere ottenuti anche con i meli e gli ortaggi.

Quando si parla di applicazione in campo delle tecniche genetiche, il problema non è finanziario, ma solo ed esclusivamente normativo.

Stefano Vaccari (CREA)

Tuttavia c’è un limite nell’impiego di queste pratiche dovuto ad un vuoto normativo. Le tecnologie di evoluzione assistita vengono infatti assoggettate alla legge del 2001 che regolamenta la produzione di OGM, anche se concettualmente le due tecniche sono distanti. Infatti quando questa legge è stata promulgata l’evoluzione assistita di fatto non esisteva ancora.

La digitalizzazione in campo

Un’agricoltura 4.0 non passa solo per la genetica, ma anche per la digitalizzazione. Questo secondo aspetto in particolare è fondamentale secondo Marc Aupetitgendre, amministratore delegato di Bayer Cropscience, visto che solo in questo modo si possono raggiungere gli obiettivi della cosiddetta agricoltura di precisione, indispensabile per prendere decisioni mirate su diversi aspetti di una coltura, ad esempio l’utilizzo dei prodotti chimici.

Questo concetto innovativo prevede infatti l’ottimizzazione delle risorse attraverso raccolta, elaborazione e analisi di dati provenienti dalle colture. In questo modo, ad esempio, si può scegliere con precisione il momento di usare il fertilizzante e quanto impiegarne, oppure erogare fitosanitari solo nel punto esatto in cui servono, ma anche approfondire le conoscenze sulle malattie che colpiscono le colture. Per ottenere i dati necessari serve però la collaborazione degli agricoltori, che devono comprendere i benefici della condivisione delle informazioni. Ma è indispensabile anche l’utilizzo di strumenti digitali.

Biotecnologie e digitale quindi, due tematiche che attirano i giovani.

Le tecniche di miglioramento genetico e l’agricoltura di precisione sono favorite dal ricambio generazionale, che dovrebbe anche venire agevolato.

Marc Aupetitgendre (Bayer Cropscience) 

Secondo Aupetitgendre, i giovani hanno una mente più aperta verso le nuove tecnologie, ma anche verso la collaborazione tra pubblico e privato, necessaria a coniugare fondi istituzionali e iniziativa individuale. Per questo il ricambio generazionale sarà fondamentale per il salto culturale necessario al passaggio a un’agricoltura davvero 4.0.

Il contributo delle energie rinnovabili

Non può esserci sostenibilità senza fonti energetiche verdi. Eolico e soprattutto fotovoltaico, però, necessitano di grandi spazi per produrre energia, potenzialmente sottraendoli alle colture. Come possono allora gli interessi del settore agricolo convergere con la produzione di energie rinnovabili?

Secondo De Castro attraverso la lotta ai cambiamenti climatici. L’approvvigionamento energetico sostenibile è infatti fondamentale per rendere più leggero l’impatto delle attività umane sull’ambiente e ridurre l’emissione di gas climalteranti. Allo stesso tempo il settore agricolo è colpito duramente dal cambiamento climatico: siccità, precipitazioni improvvise e violente, ondate di temperature anomale danneggiano le colture del nostro Paese e hanno un forte impatto economico. La lotta ai cambiamenti climatici, che favorisce l’agricoltura, passa quindi dalle rinnovabili.

Serve equilibrio tra obiettivo ambientale, economico e sociale, tre aspetti che non devono mai viaggiare separati.

Paolo De Castro (Europarlamento) 

Proprio l’aspetto economico può sembrare limitante per l’accesso ad un’agricoltura 4.0 da parte delle piccole realtà agricole. Invece secondo De Castro molte innovazioni, come l’utilizzo di droni, possono essere utilizzate da qualunque azienda, anche la più piccola. Proprio i droni, inoltre, rappresentano una tecnica particolarmente adatta alla geografia della nostra penisola, visto che seguono l’orografia irregolare del terreno senza alcuna difficoltà. Esiste poi la possibilità di riunirsi in consorzi per abbattere i costi, una soluzione molto diffusa nel panorama agricolo italiano.

Un’attenzione particolare al packaging e al riciclo

Nella filiera agroalimentare salubrità e freschezza passano anche attraverso il packaging. Il materiale più usato è ancora la plastica, ma Filippo Servalli, Corporate Innovation e Research Manager di Radicigroup, punta ad un cambio di direzione. Bisognerebbe infatti lavorare sulla produzione di nuovi materiali il più possibile riciclabili e biodegradabili a partire dalla biomassa di scarto. Invece di produrre nuove molecole, bisogna puntare a riutilizzarle.

Secondo Servalli la chiave del cambiamento è un fatto culturale. I materiali che vengono utilizzati a lungo devono essere il più resistenti e durevoli possibile, ma per quelli che hanno vita breve, come appunto i materiali per il packaging, bisognerebbe puntare sulla biodegradabilità.

Cruciale potrebbe essere il riciclo, in cui l’Italia ha una posizione di rilievo a livello europeo.

I materiali riciclati sono piccoli giacimenti di cui bisogna massimizzare il valore invece di impiegarli solo per il recupero di energia.

Filippo Servalli (Radicigroup)

Aumentare le competenze in merito al riciclo dei materiali sarà importante nel prossimo futuro, in vista anche dell’obbligo di raccolta differenziata dei tessili, previsto per il 2025.

Serve insomma un cambio di passo, come sottolinea Riccardo Palmisano, presidente di Assobiotec. I fondi non mancano, ma per non sprecarli dobbiamo guardare alle eccellenze del nostro Paese e credere nei nostri giovani, tanto apprezzati all’estero. La bioeconomia, infatti, può essere anche un’occasione per risolvere il problema dell’occupazione.

Il futuro sarà deciso dal legislatore europeo, ma l’Italia ha le carte in regola per partecipare alla grande gara della sostenibilità, non solo come mercato, ma come parte attiva.